martedì 26 novembre 2013

La crescita del PIL è Anti-Vitale

Fonte: TheGuardian.com
L’ossessione per la crescita economica ci ha fatto trascurare l’attenzione per la sostenibilità, la giustizia e la dignità umana. Ma le persone non sono usa e getta, il valore della vita non risiede nello sviluppo economico.
Una crescita infinita è il sogno di qualsiasi economista, imprenditore o politico. È vista come misura di progresso. Pertanto il prodotto interno lordo (PIL), che dovrebbe misurare il benessere delle nazioni, è emerso sia come il dato più importante sia come concetto dominante dei nostri tempi. Ad ogni modo, la crescita economica nasconde la povertà che crea attraverso la distruzione del nostro ambiente naturale, togliendo alle comunità la capacità di provvedere a se stesse.
Il concetto di crescita fu proposto come una misura per mobilitare le risorse durante la seconda guerra mondiale. Il PIL consiste nella creazione di un limite artefatto e fittizio, sostenendo, che se produci lo stesso di quanto consumi, non produci affatto. In effetti, la crescita misura la conversione della natura in denaro, e il bene comune in merce.
Gli spettacolari cicli di rinnovo dell’acqua e dei nutrienti in natura, dunque, sono definiti come non-produzione. I contadini del mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono; nemmeno le donne che coltivano o fanno la maggior parte dei lavori di casa non rientrano in questo modello di crescita. Una foresta vivente non contribuisce alla crescita, ma quando i suoi alberi vengono tagliati e venduti come legname, ecco che abbiamo la crescita. Le società sane e le comunità non contribuiscono alla crescita, ma la malattia tuttavia genera crescita, con la vendita di medicinali brevettati, per esempio.
L’acqua disponibile come bene comune, condivisa liberamente e protetta da ognuno fornisce da bere per tutti. Tuttavia, non genera alcuna crescita. Ma quando la Coca-Cola costruisce un impianto, scava per trovare l’acqua e ci riempie le sue bottiglie, l’economia cresce. Ma questa crescita si sostiene sulla creazione di scarsità e miseria – sia naturale sia comunitaria. L’estrazione d’acqua che supera la capacità di ricambio dei suoi processi naturali, creerà una carestia d’acqua. Molte donne sono costrette a percorrere distanze sempre maggiori per trovare dell’acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada in Kerala, quando il cammino per raggiungere dell’acqua ha raggiunto i 10km, le donne della tribù locale di Mayilamma hanno detto basta, quando è troppo è troppo. Non possiamo andare oltre, l’impianto Coca-Cola deve chiudere. Infine il movimento avviato da quelle donne portò alla chiusura dell’impianto.
Analogamente, l’evoluzione ci ha fatto dono delle sementi. Gli agricoltori le hanno selezionate, coltivate e diversificate – rappresentano la base della produzione alimentare. Un seme che si rinnova e si moltiplica produce semi per la stagione successiva, così come per il cibo. Ad ogni modo, i semi riprodotti e scelti dagli agricoltori non sono visti come un contributo alla crescita. Creano e rigenerano la vita, ma non portano al raggiungimento di profitti. La crescita ha luogo quando i semi vengono modificati, brevettati e geneticamente sbarrati, costringendo gli agricoltori a comprarne di nuovi ad ogni stagione.
La natura si è impoverita, la biodiversità è stata erosa e una risorsa libera e aperta è stata trasformata in un prodotto brevettato. Dover comprare dei semi nuovi ogni anno è la ricetta perfetta per indebitare i poveri contadini indiani. Da quando i monopoli delle sementi sono stati istituiti, infatti, i debiti dei contadini non hanno fatto che aumentare. Più di 270,000 contadini colti nella trappola del debito si sono tolti la vita dal 1995 a oggi.
La povertà, inoltre, dilaga ancora di più quando i sistemi pubblici vengono privatizzati. La privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità, della salute e dell’educazione genera sicuramente una crescita dei profitti, ma produce anche povertà costringendo le persone a spendere grosse quantità di denaro in ciò che prima era disponibile come bene comune a prezzi accettabili. Quando ogni aspetto della vita viene commercializzato e mercificato, vivere diventa più costoso, e le persone diventano più povere.
Ma ecologia e economia nascono dalla stessa radice –“oikos”, la parola greca per casa. Finché l’economia era incentrata sulla gestione della casa, riconosceva e rispettava le proprie basi nelle risorse naturali, nei limiti imposti dal rinnovamento ecologico e si occupava di provvedere alle necessità fondamentali nel rispetto di questi limiti. L’economia incentrata sull’abitazione era inoltre di stampo matriarcale. Oggi, l’economia è separata e in netta contrapposizione sia ai processi ecologici sia alle nostre necessità fondamentali. Mentre la distruzione della natura è stata giustificata sulle basi della creazione di una “crescita”, la povertà e gli espropri sono aumentati. Questo non solo è insostenibile, ma è anche ingiusto da un punto di vista economico.
Il modello dominante dello sviluppo economico è diventato anti-vitale. Quando le economie vengono misurate solo in termini di flussi monetari, i ricchi diventano più ricchi e i poveri invece sempre più poveri - e i ricchi potranno essere ricchi in termini monetari, ma sono anch’essi poveri nel contesto più ampio di ciò che significa essere umani.
Nel frattempo, le richieste del nostro attuale modello economico stanno creando sempre più guerre per le risorse e per il petrolio, per l’acqua e per il cibo. Esistono tre livelli di violenza legati allo sviluppo non-sostenibile. Il primo è la violenza contro la terra, che è espresso dalla crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone, che viene espresso attraverso la povertà, l’indigenza e lo smembramento delle comunità. Il terzo è la violenza della guerra e del conflitto, quando i potenti cercano di appropriarsi delle risorse di altre comunità e di altri paesi per soddisfare i loro insaziabili appetiti.
L’aumento dei flussi monetari attraverso il PIL si è dissociato dal valore reale delle cose. Coloro che accumulano maggiori risorse finanziarie possono rivendicare la proprietà sulle risorse reali delle persone – la loro terra e la loro acqua, le loro foreste e i loro semi. Questa sete li porta a depredare fino all’ultimo goccio d’acqua e l’ultimo centimetro di terreno sul pianeta. Questa non è la fine della povertà. È la fine dei diritti umani e della giustizia. Gli economisti Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen hanno ammesso che il PIL non coglie la condizione umana e hanno sollecitato la creazione di diversi strumenti per misurare il benessere delle nazioni. Per questo nazioni come il Bhutan hanno adottato il FIL (Felicità Interna Lorda) al posto del PIL come misuratore del progresso. Dobbiamo creare misure che vadano oltre il PIL, e economie che vadano oltre il supermercato globale, per rinvigorire il benessere reale. Dobbiamo ricordarci che la vera valuta della vita è la vita stessa.

Vandana Shiva

Articolo tradotto e revisionato da Almerico Bartoli e Nino Aloi

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