lunedì 4 febbraio 2013

Vuoi ridurre il pregiudizio? Prova la delicatezza

Fonte
Traduzione di Daniel Iversen, Andrea Taeggi e Vincenzo Barbato

Una squadra guidata dal ricercatore UA, Jeff Stone, ha cercato di espandere ciò che si sa nelle strategie di riduzione del pregiudizio, scoprendo che una chiave da usare di fronte a un individuo con dei pregiudizi è quella di fargli delle domande retoriche e riflessive (self-affirming questions)
Provate questo: la prossima volta che siete messi a confronto con un individuo con dei pregiudizi (con dei bias) e sentite il bisogno di colpirlo, provate a scegliere un approccio più acuto.
Il ricercatore Jeff Stone, della University of Arizona, ha guidato un team per studiare gli individui che hanno pregiudizi nei confronti degli arabo-americani.
Il gruppo ha riscontrato che persone con forti pregiudizi sono più soggette a cogliere le ingiustizie, provare empatia e senso di colpa, se però prima venivano loro rivolte domande che implicavano una conferma di se stessi, invece di scegliere una strada che implicava avere una conversazione più diretta sul tema dei pregiudizi.

"Quando un bersaglio si sente discriminato, l'ultima cosa che vuole è di far star bene con se stessa la persona con pregiudizi contro di lui" dice Stone, professore associato di psicologia sociale presso la UA psychology department.
Chiedere però domande retoriche e riflessive non è una questione di rendere più amichevoli gli individui bersaglio agli occhi del “pregiudizioso”, ma è questione di entrare nel subconscio di quest’ultimo, e fornire quindi una prospettiva prima che emerga della tensione.
Lo studio e i suoi risultati sono stati pubblicati in un articolo a cura di due autori, che si intitola "Thanks for asking: Self-affirming Questions Reduce Backlash when Stigmatized Targets Confront Prejudice", nella rivista "Journal of Experimental Social Psychology"
I co-autori di Stone sono: Elizabeth Focella, studentessa di psicologia, Jessica Whitehead, laureata presso l'UA, con un dottorato in psicologia, e Toni Schmader, professore associato di psicologia presso l'Università della British Columbia, in Canada.
Per le indagini il team ha condotto due esperimenti su 170 studenti e studentesse universitarie, chiedendo ai partecipanti di compilare un breve sondaggio per giudicare il pregiudizio che essi hanno nei confronti di arabi-americani.
Gli è stato chiesto di guardare 3 pagine MySpace, presumibilmente creati da studenti - Jason, Chris e Ahmad - contenenti informazioni personali e domande.
Sulla pagina postata da "Ahmad" nell'esperimento chiave, ai lettori è stato chiesto di considerare situazioni in cui siano stati equi con gli altri e situazioni in cui siano stati trattati in maniera equa dagli altri. Dopodiché si è chiesto ai lettori di considerare come ci si possa sentire nell’essere alienati in base alla razza.
“Le persone con molti pregiudizi sentono che i gruppi che non gli piacciono sono semplicemente diversi; che hanno valori diversi, che sono là fuori per prendere le loro risorse, che sono minacciosi”, dice Stone, che lo segnala anche alla UA Self and Attitude Lab and the Social Psychology of Sport Lab.

“Le persone pensano di controllare i loro pregiudizi, ma non sanno fino a che punto questi forti pregiudizi fanno parte di loro” spiega Stone. “Se io confermo quei valori a te cari, tu sei più resistente alle minacce”
I valori sono stati ribaditi attraverso le domande che probabilmente hanno lasciato credere ai partecipanti che anche “Ahmad” ha apprezzato di essere trattato in modo equo.
“Ciò che probabilmente accade quando abbassi la minaccia è che essi credono “Non lascio che il mio atteggiamento influenzi il modo in cui ti tratto”, ha detto Stone, aggiungendo che lui ed altri stanno conducendo ricerche per determinare se lo stesso vale per altre popolazioni, incluse le donne o individui che sono gay o lesbiche.
In questo modo il team ha misurato quanto interesse c’era in ogni partecipante di incontrare “Ahmad”, scoprendo che chi è stato testato come pregiudizievole verso gli arabo-americani almeno era aperto a questa idea.
“Quando si tratta di strategie di riduzione dei pregiudizi, devi farlo in modo che le persone non si accorgano che glielo stai facendo fare”, dice Focella, laureata del terzo anno che ha dato il suo contributo agli esperimenti.
“Molte volte, quando affronti qualcuno sui pregiudizi, ti si rigira contro. Non funziona proprio”, ha detto.
Precedenti ricerche hanno riportato che, persino quando individui con pregiudizi provano vergogna o senso di colpa, questi sentimenti diminuivano in una certa misura quando l'individuo si sente attaccato, con la conseguenza che queste persone si sentono alienate o diventano bersagli di una reazione negativa.
“Alcune affermazioni sembrano avere molto successo, come affermare un valore egualitario o di creatività”, spiega Focella, aggiungendo che devono essere condotte maggiori ricerche per capire perché ciò funziona così bene.
Ha aggiunto: “Pensiamo che sia possibile far sì che le persone non pensino solo al proprio gruppo ristretto, ma che ragionino al di fuori della loro “scatola”. Pensiamo sia una via acuta per incoraggiare le persone ad aprire il loro pensiero”
La squadra è anche arrivata a una scoperta problematica: anche se i partecipanti hanno riportato di sentirsi a loro agio incontrando Ahmad, hanno mantenuto le loro associazioni negative verso gli arabi-americani.
Questo crea un interessante enigma, specialmente per coloro che lavorano attivamente per ridurre l’effetto dei pregiudizi.
Anche se rifiutiamo fermamente l'idea che i soggetti dell’esperimento sono tenuti a farsi carico di ridurre il loro pregiudizio, è importante fornire ai soggetti opzioni efficaci da utilizzare quando scelgono di affrontare i pregiudizi degli altri", ha affermato il team nell’articolo a firma dei due studiosi .
L’indagine non mirava a capire perché gli individui ottenessero punteggi alti o bassi su una scala di misurazione del pregiudizio o nemmeno o nemmeno perché si sentissero minacciati.
I risultati offrono però implicazioni importanti per le persone che lavorano per ridurre i casi di pregiudizio e discriminazione.
“Devono essere fatti dei cambiamenti macrostrutturali a livello della comunità” dice Stone. “Può avvenire nelle scuole o nelle organizzazioni, ma il cambiamento sarà lento”
Stone ha riferito poi che la squadra sta considerando di sviluppare delle strategie da usare per individui presi di mira quando vengono a contatto con persone che hanno pregiudizi.
“Queste sono competenze che una persona può imparare come qualsiasi altra cosa”, dice Stone. “È questione di rafforzare le persone a combattere contro i pregiudizi e di farlo in maniera efficiente”.

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