sabato 9 febbraio 2013

Siamo ciò che viviamo

Fonte
Traduzione di Daniela Chiusolo, Daniel Iversen e Vincenzo Barbato

Secondo quanto afferma uno studio realizzato dai ricercatori della Commonwealth University in Virginia (VCU), le esperienze della nostra vita - gli alti e bassi e tutto il resto nel mezzo - ci formano, restano dentro di noi e influenzano il nostro punto di vista emozionale nella vita adulta.
Questo studio dimostra che, oltre al patrimonio genetico, anche le esperienze che viviamo influenzano in maniera significativa i nostri livelli di ansia e depressione.

“In un’epoca in cui si riserva grande attenzione alla genetica per l’una o l’altra caratteristica della personalità, è importante ricordare che anche le esperienze che derivano dall’ambiente contribuiscono a renderci le persone che siamo” afferma il responsabile della ricerca, Dott. Kenneth Kendler , Direttore dell’Istituto di Genetica Psichiatrica e Comportamentale dell’Università della Virginia.


“Mi ricordo che durante la mia fase di crescita, nei discorsi sull’importanza di un buon regime alimentare si diceva spesso: “Noi siamo quello che mangiamo”: allo stesso modo, i risultati di questo studio dimostrano che sostanzialmente “noi siamo le esperienze che abbiamo vissuto.
Ossia, la storia della nostra vita - afferma ancora il ricercatore - ha un impatto fortissimo sul nostro bagaglio emozionale, nel bene e nel male”
Kendler, professore di psichiatria e genetica umana e molecolare alla facoltà di Medicina della VCU, insieme a un team internazionale di ricercatori provenienti anche da altre università, ha analizzato 9 set di dati raccolti da più di 12000 coppie di gemelli identici con evidenti sintomi di depressione e/o ansia.

Effettuare ricerche sui gemelli identici consente ai ricercatori di lavorare su coppie di soggetti con lo stesso patrimonio genetico e un ambiente familiare condiviso. Tale ambiente può subire variazioni non appena i soggetti, con il passare degli anni, iniziano a prendere decisioni indipendenti, condizionate da un proprio stile di vita, dall’alimentazione o dalle relazioni interpersonali.
Ai soggetti, di età differenti e di provenienza sia americana che europea, veniva richiesto di stilare dei report in cui annotare eventuali sintomi ansiogeni o depressivi durante un arco temporale di sei anni.

Secondo Kendler, i modelli statistici sviluppati dal suo collega Charles Garndner, dottorato in ricerca associata al Dipartimento di Psichiatria della VCU, sono stati usati per osservare come, nel corso del tempo, cambiavano i componenti delle variazioni individuali. Il team ha osservato che una volta che i gemelli passavano dall’infanzia alla tarda vita adulta, divergevano in maniera crescente nei loro livelli di sintomi predetti, ma dopo quel punto, ulteriori divergenze cessavano. Più tardi notarono che le esperienze ambientali contribuivano in maniera sostanziale a stabilizzare e predirne le differenze inter-individuali del livello di ansia e depressione negli adulti di mezza età.

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