sabato 2 giugno 2012

Verso un Futuro di produzione cooperativa, su piccola scala, locale e p2p – Parigi, OuiShare Summit


Fonte
L’iniziativa Ouishare è nata a Parigi nel corso del 2010 soprattutto grazie all’energia e alla sociabilità di Antonin Leonard dopo l’ondata globale di interesse che nacque intorno a due libri seminali che sono pubblicati in quei giorni: “What’s mine is Yours” di Rachel Botsman e Roo Rogers e “The Mesh” di Lisa Gansky .
Per chi non è molto familiare col concetto, il Consumo Collaborativo riguarda un nuovo modo di vedere i beni di consumo, considerando più importante l’accesso della proprietà: condividere ciò che si possiede (e magari non si utilizza al 100%) con gli altri membri della comunità contribuisce a ridurre globalmente i consumi globali ed è davvero un’idea speciale. Molte grandi idee incarnano i principi del consumo collaborativo: tra le più note il ride/car sharing, il couchsurfing or lo room renting, e il prestito di strumenti di lavoro (avete mai pensato a quanto tempo effettivamente usate un trapano nella vita? Solo qualche ora), e molti molti altri.
Il Consumo Collaborativo ha un merito davvero enorme: l’aver messo l’idea della co-ownership e dell’accesso sotto i riflettori, innescando interesse per la collaborazione, e per i modelli peer to peer (dove conta il contatto da persona a persona) che a quei tempi erano ancora molto marginali, salvo quanto il paradigma p2p aveva già fatto nel settore della musica rendendola davvero libera di circolare al di là di distributori, etichette e titolari del copyright.


L’iniziativa Ouishare, come molte altre, è quindi nata con il “consumo collaborativo” nel cuore: abbastanza sorprendentemente però – perché è davvero facile rimanere bloccati con le nostre idee d’origine quando si tenta qualcosa di nuovo – il team ha notato che la cooperazione e la collaborazione rappresentano qualcosa che è ben al di là dell’essere un semplice modello diverso di consumo (e dunque mi hanno invitato a parlarne).
Il paradigma della cooperazione è, infatti, una – probabilmente l’unica – alternativa credibile che la nostra società globale ha per perseguire un futuro di qualche tipo.
Questo è il motivo del perché su questi temi (la collaborazione e la cooperazione) al vertice, come in generale su internet, due – non necessariamente in conflitto, ma sicuramente diverse – anime convivono.
La prima anima, senza dubbio legittima, è a mio parere un po’ superficiale (non c’è assolutamente alcun giudizio morale nella mia dichiarazione) di solito ha uno sguardo a breve termine sulle opportunità di business, e spesso si trova su un percorso pericoloso di coll-washing (inteso un po’ come quello abbiamo visto con il green-washing).
Dall’altra parte, abbiamo chi cerca di mettere in atto una indagine più profonda che vada oltre la ricerca di un nuovi modelli di business, e miri a comprendere le reali implicazioni che il modello cooperativo adottato dalla comunità hacking, Do It Yourself e P2P di tutto il mondo ha su cose come la Libertà, l’economia, la formazione, la politica e altri aspetti fondamentali della nostra vita.
Quando fai veramente ricerca su questo tema non puoi chiudere gli occhi e fingere di non vedere il senso profondo di liberazione individuale e “empowerment” che deriva da questo modo di affrontare i problemi in modo cooperativo che sta prendendo piede nella società connessa che viviamo oggi.
“Insieme conosciamo ogni cosa, insieme possediamo ogni cosa”
Il cambiamento che ci aspettiamo, pertanto, non è solo sociale, governativo o delle strutture di business: è invece un cambiamento culturale, una rivoluzione di mentalità che riguarda molto di più l’individuo e la sua ricerca di autonomia – nella cooperazione – e libertà personale.
Gli stili di vita a cui siamo abituati, la nostra società, le traiettorie stesse che questa ci ha messo a disposizione finora – come cittadini occidentali – ovvero la sequenza istruzione-ricerca di lavoro-competizione-consumo, stanno ovviamente e profondamente, cadendo a pezzi. Questo insieme con la bolla del debito che ha tenuto insieme per decenni il sistema, nascondendo il difetto di base, abbastanza evidente, nel modo di pensare la società come un insieme di individui in competizione piuttosto che cooperanti per la ricerca di un bene comune.
Questa separazione tra i nostri obiettivi personali e quelli pubblici è stata per lo più il risultato della produzione industrializzata, legata a doppio filo con i capitali, che ha sempre, fin dai primi giorni della rivoluzione industriale, ricercato la massificazione dei prodotti e la centralizzazione.
La ricerca delle economie di scala e l’accumulo dei profitti ha, ovviamente, generato un meccanismo perverso di generazione di esternalità negative a scapito della comunità (inquinamento, costi sociali, disoccupazione, etc…)
Ora che si democratizzano gli strumenti di produzione e che la grande scala non è più così necessaria, siamo sull’orlo di un cambiamento potenzialmente enorme – ciò che l’Economist ha recentemente chiamato “La terza rivoluzione industriale” – o “la rivoluzione manifatturiera dei garage“, come Joe Justice l’ha chiamata durante un’intervista che ho pubblicato qualche giorno fa su meedabyte: cambiamento che, badate bene, è solo all’inizio e probabilmente riguarderà la totalità della produzione di merci dal cibo all’energia, dalla creatività agli oggetti di uso quotidiano.
Riconquistare un’approccio indipendente (DIY) e creativo (“non cercare un lavoro, fai un lavoro”), significa liberare se stessi e la propria mente dagli stereotipi creati ad hoc dalla società dei consumi, e prepararsi ad affrontare e costruire una alternativa più equa e partecipativa per il futuro.

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