lunedì 27 giugno 2011

Ristoranti dove non si paga il conto


Ecco, a dimostrazione che ci stiamo convertendo in un economia basata sulla condivisione di tempo e professionalità anziché sul profitto, vi propongo il primo ristorante che non impone di pagare il conto, e se riescono a farlo lì, nell'America capitalistica perché non dovrebbe funzionare qui?
Al ristorante Panera Bread di Clayton, sobborgo di St. Louis (Missouri), un pasto completo costa meno di 7 dollari, ma la maggior parte dei clienti lascia 7 dollari o più. Ciò accade perché un anno fa la Panera Bread (grossa catena statunitense di panetterie-caffetterie) ha deciso di convertire uno dei suoi punti vendita tradizionali in un ristorante non-profit, dove il cliente non è obbligato a pagare il conto intero, ma paga ciò che può permettersi.
La catena Panera Bread conta migliaia di punti vendita tra U.S.A. e Canada, che non offrono solo prodotti da forno, ma anche panini imbottiti, insalate e zuppe.
Il 60% della clientela paga il prezzo esatto; un 20% lascia di più e un 20% di meno. Una persona, addirittura, ha lasciato 500 dollari per un solo pasto, il pagamento più alto mai ricevuto in un anno.
L’esperimento è stato talmente positivo che, in un anno, la Panera Bread ha già aperto due ristoranti non-profit a Dearborn, sobborgo di Detroit (Michigan) e a Portland (Oregon) e sta valutando di aprirne altri tre entro la fine dell’anno.

Ronald Shaich, presidente di Panera Bread

La Panera Bread ha sempre fatto beneficenza, ma Shaich ha cercato un coinvolgimento ancora maggiore: “L’abbiamo fatto per noi stessi, per vedere se, invece di staccare un semplice assegno, riuscivamo davvero a “fare la differenza in prima persona”, aiutando la comunità locale in modo concreto”. Nel comunicato stampa relativo al primo anniversario del progetto non-profit Shaich ha dichiarato: “Un anno fa non avevamo idea di come avrebbe risposto la gente. Non sapevamo se le persone si sarebbero aiutate a vicenda o se ne avrebbero solo approfittato. Dodici mesi dopo, possiamo affermare con orgoglio che la gente si è lasciata coinvolgere e ci ha aiutato a raggiungere il nostro obiettivo: dare un pasto a chi ne ha bisogno, che possa permetterselo o meno. Se le donazioni continueranno con questo ritmo, saremo in grado di coprire tutti i costi e mantenere i nostri ristoranti non-profit a lungo termine. Per dirla in parole semplici, questi “community cafés” hanno una profonda valenza sociale. Possono sopravvivere e auto-finanziarsi solo se le comunità che li ospitano fanno la loro parte”.
Pochissimi clienti si approfittano della formula “pay-what-you-can”: Shaich si ricorda ancora di tre ragazzini del college che avevano pagato 3 dollari per un pasto che ne valeva almeno 40. “Ma, in generale, l’esempio positivo inibisce questo tipo di comportamenti. Il nostro successo dovrebbe insegnare a tutti gli imprenditori ad avere fiducia nell’umanità. La lezione che abbiamo imparato è che la maggior parte della gente è fondamentalmente buona. Qui le persone, quando si alzano da tavola, fanno ciò che è giusto fare”.

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