venerdì 19 marzo 2010

LE OLIMPIADI DELLA “MONNEZZA”

di Claudia Ferrara

Ore 8, circa. Scanso un’auto e mi trovo col piede in un sacchetto aperto, melmoso e puzzolente. Sul marciapiede non possiamo andare perché è invaso da feci di cani e rifiuti di ogni tipo, dalla semplice bottiglia al materasso sporco, dalla lampadina al frigorifero andato. Più avanti una signora sta gettando acqua sporca dal balcone, probabilmente sta pulendo casa. Sul lato opposto resti di rifiuti bruciati e altro.
Questo è il panorama in cui siamo costretti a praticare attività, ma anche semplicemente a camminare. Siamo a Pianura e qui la corsa si fa ad ostacoli, ma fra l’immondizia e i mobili vecchi. Anche perché gli unici parchetti che esistono sono troppo piccoli e vengono a stento curati da pochi lavoratori onesti, con il conseguente risultato di degrado che ne deriva a causa della mancanza di rispetto di coloro che ne usufruiscono; inoltre l’unico polmone verde di Napoli è forse solo il Bosco di Capodimonte, che però è spesso difficilmente raggiungibile per chi non può recarsi così lontano a causa del lavoro, dei mezzi di trasporto o altro, costretti ad adattarsi a quello che ci viene offerto.
Il problema rifiuti riapre ancora vecchie lacerazioni, in fondo sono passati solo due anni da quel terribile periodo in cui una vera e propria guerriglia si scatenò a Pianura dopo la possibile riapertura della discarica dei Pisani, per cui parlarne, ancora oggi, scotta ancora.
Ma il problema rifiuti a Napoli e più in generale in tutta la Campania ha più di due millenni, sebbene si sia cercato di togliergli gli anni scaricando le colpe a destra e a manca, riducendolo a problema di “cattiva gestione” da parte del governo di turno (allora se ne diede la colpa alla Sinistra, in carica nel 2008). Già lo storico Plinio il Vecchio parlava, nella sua celebre Naturalis Historia, delle condizioni che il “capitalismo” romano aveva portato, e consigliava rimedi per evitare l’autodistruzione dovuta alla mancanza di igiene. E ad Ercolano non mancavano quelle che oggi definiamo ordinanze municipali. Si legge ad esempio:
M(ARCUS) [ALF]ICIUS PA[UL]US / AEDILIS / [SI QU]IS VELIT IN HUNC LOCUM / STERCUS ABICERE MONETUR NO[N] / [LICERE]
FACERE SI QUIS ADVER[SUS EA] / I(N)DICIUM FECERIT LIBERI DENT / [DONA]RIUM N(UMMUM) SERVI VERBERIBUS / IN SEDIBUS ATMONENTUR (CIL, IV, 10488)
(Traduzione: Marco Alficio Paolo edile. Se qualcuno volesse in questo luogo gettare sterco sia avvertito che non è lecito farlo; se qualcuno contro questo comportamento fa delazione i liberi versino un nummo de-stinato in dono, i servi siano puniti a frustate sul posto.)
E possiamo arrivare anche a tempi più recenti, come quelli in cui i celebri Quartieri Spagnoli, sotto il Regno Borbonico, vessavano in condizioni di degrado ambientale non molto dissimili da quelle attuali.
Oggi cos’è l’immondizia? Oggi continua ad essere un problema di grande portata, di difficile risoluzione, ma anche una rendita molto fruttuosa; oggi è l’immondizia il vero “Oro di Napoli”. Soprattutto la politica berlusconiana ha saputo ben sfruttarlo per aumentare la sua lista di meriti, facendo credere che la sua squadra di supereroi ha finalmente sconfitto il problema rifiuti. Sentire che il problema rifiuti è stato finalmente debellato, che Napoli è di nuovo pulita fa male a chi, come me, è costretto a convivere con la spazzatura, ma soprattutto con l’ignoranza e il modo di pensare, atavico, della gente, che continua a credere che la strada non è di nessuno, che i parchi non sono di nessuno, per cui tanto vale non curarsene affatto.
E intanto io mi chiedo sempre cosa sarebbe stato il mondo se a dominarlo fossero stati gli Cheyenne, gli Apache, i Kickapoo o i Sioux: probabilmente dovremmo prendere esempio dalla loro cultura piuttosto che celebrare un Premier che non sa fare altro che pavoneggiarsi di meriti non reali e diffamare la politica altrui soltanto per prendere voti e accrescere il suo consenso.

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